Ben
consapevole che le mie parole non intaccheranno di una virgola
il successo di audience che verrà confermato anche alla
terza edizione del Grande Fratello (modestamente, quando vogliamo,
sappiamo essere masochisti come pochi altri!), cercherò
nelle poche righe che seguono di spiegare il grande imbroglio
di fondo insito in quest'esperimento mediatico. Il termine "Grande
Fratello" risale a un fantaromanzo a sfondo politico pubblicato
da George Orwell alla fine degli anni '40, 1984, dove si immagina
la Terra di un futuro prossimo venturo (e pensare che il 1984
è per noi già storia!) dominata da tre grandi Potenze
totalitarie - Estasia, Eurasia e Oceania - perennemente in guerra
tra loro; l'appellativo in questione designa appunto l'onnipotente
capo di Oceania, personaggio che nessuno ha mai visto ma che
tiene sotto costante controllo la vita di tutti i cittadini.
Con tale metafora, costruita sull'irreale sfondo di una società
ipertecnologica capace di controllare e condizionare a distanza
i suoi membri, lo scrittore britannico - che fu strenuo difensore
della libertà individuale ed acerrimo nemico di ogni forma
di totalitarismo - sintetizza emblematicamente un potere che
opprime l'individualità dei singoli mascherandosi di paternalismo.
Oggi che Orwell avrebbe 100 anni esatti la saga mediatica di
Aran-Endemol e compagni ne prende in prestito l'invenzione con
un fine dichiarato: rivoluzionare gli schemi della finzione catodica.
Niente più sorrisi, lustrini e riflettori, ma la realtà
sbattuta sul video così come colta nel suo difettoso srotolarsi
dall'occhio spietato e vigile di sorella-telecamera. Più
che un programma diverso o innovativo, insomma, una sorta di
"non programma"; e ciò non soltanto per la presunta
improgrammabilità degli avvenimenti (chissà perché,
tutti indovinati in anticipo), bensì per la totale assenza
di intermediazione tra pubblico e scena. Mandando in pensione
veline, vallette, presentatori e presentati, la nuova tv-verità
dovrebbe innescare la slatentizzazione della star che è
in noi semplicemente attraverso il raffronto che naturalmente
scaturisce da parte di chi è davanti allo schermo verso
chi è sotto le telecamere: se può diventare personaggio
un buzzurro palestrato o una strapazzona romagnola, perché
non dovrei farcela io? I protagonisti avremmo insomma dovuto
essere noi, nella nostra banale mediocrità: ecco la grande
illusione di fondo.
L'esperimento è ovviamente
fallito già dalle prime puntate della prima edizione e
non deve trarre in inganno il fatto che la morbosità insita
in ciascuno di noi, sommata alla sostanziale inesistenza di alternative,
ha fatto e farà sì che - come detto - i dati di
audience si riveleranno entusiasmanti anche stavolta: la verità
è che, a dispetto della ciclopica macchina pubblicitaria
che vi si muove intorno nel tentativo di convincerci del contrario,
la trama di questo format simbolo della tv-verità è
ormai più trita di quella di una telenovela della vecchia
tv-bugia. Una rivoluzione che stanca così presto è
una finta rivoluzione, e lo si poteva capire già da subito:
l'ultrapubblicizzata tipizzazione dei vari personaggi (l'esteta,
l'esibizionista, l'arrivista, etc.) gìà di per
sé fa a cazzotti con la dichiarata imprevedibilità
dei comportamenti; ma, a parte ciò, solo un idiota potrebbe
pensare che personaggi così mentalmente manipolati, sulle
cui spalle vengono artificialmente appuntate attese sproporzionate,
possano mai dimostrarsi spontanei davanti ad una decina di milioni
di persone. Evidentemente, come forse farebbe chiunque al loro
posto, essi recitano (e per di più male, non essendo degli
attori) quel ruolo predefinito che gli è stato assegnato.
Per raccontare la realtà senza inquinarla bisogna raccoglierla
di nascosto, non è possibile farne un business da prima
serata; così come non si possono raccontare alla gente
falsità del tipo che il successo è alla portata
di tutti.
Il successo è una bestia
terribile e spietata, per saltare in groppa alla quale - oltre
al semaforo verde dell'Impresario Destino - qualche "qualità",
magari disgustosa, è indispensabile. Per questo, dopo
qualche calendario e qualche film, gattemorte e tariconan finiranno
sempre a pubblicizzare pentole o a firmare autografi in discoteca;
e per questo alla loro inconsistenza così simile alla
nostra continueremo a preferire quella bugiarda, fittizia e fiabesca
realtà capace di allontanarci per qualche ora dalla nostra
ineluttabile normalità. Quella per regalarci la quale
la televisione fu inventata.
Gian Carlo Introno
Illustrazioni Denis
Medri per Edizioni Damiano ch ne ha la proprietà* |
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