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IL GRANDE FRATELLO

 

FORMAT


sett2003

La funzione della finzione

Ben consapevole che le mie parole non intaccheranno di una virgola il successo di audience che verrà confermato anche alla terza edizione del Grande Fratello (modestamente, quando vogliamo, sappiamo essere masochisti come pochi altri!), cercherò nelle poche righe che seguono di spiegare il grande imbroglio di fondo insito in quest'esperimento mediatico. Il termine "Grande Fratello" risale a un fantaromanzo a sfondo politico pubblicato da George Orwell alla fine degli anni '40, 1984, dove si immagina la Terra di un futuro prossimo venturo (e pensare che il 1984 è per noi già storia!) dominata da tre grandi Potenze totalitarie - Estasia, Eurasia e Oceania - perennemente in guerra tra loro; l'appellativo in questione designa appunto l'onnipotente capo di Oceania, personaggio che nessuno ha mai visto ma che tiene sotto costante controllo la vita di tutti i cittadini. Con tale metafora, costruita sull'irreale sfondo di una società ipertecnologica capace di controllare e condizionare a distanza i suoi membri, lo scrittore britannico - che fu strenuo difensore della libertà individuale ed acerrimo nemico di ogni forma di totalitarismo - sintetizza emblematicamente un potere che opprime l'individualità dei singoli mascherandosi di paternalismo. Oggi che Orwell avrebbe 100 anni esatti la saga mediatica di Aran-Endemol e compagni ne prende in prestito l'invenzione con un fine dichiarato: rivoluzionare gli schemi della finzione catodica. Niente più sorrisi, lustrini e riflettori, ma la realtà sbattuta sul video così come colta nel suo difettoso srotolarsi dall'occhio spietato e vigile di sorella-telecamera. Più che un programma diverso o innovativo, insomma, una sorta di "non programma"; e ciò non soltanto per la presunta improgrammabilità degli avvenimenti (chissà perché, tutti indovinati in anticipo), bensì per la totale assenza di intermediazione tra pubblico e scena. Mandando in pensione veline, vallette, presentatori e presentati, la nuova tv-verità dovrebbe innescare la slatentizzazione della star che è in noi semplicemente attraverso il raffronto che naturalmente scaturisce da parte di chi è davanti allo schermo verso chi è sotto le telecamere: se può diventare personaggio un buzzurro palestrato o una strapazzona romagnola, perché non dovrei farcela io? I protagonisti avremmo insomma dovuto essere noi, nella nostra banale mediocrità: ecco la grande illusione di fondo.

L'esperimento è ovviamente fallito già dalle prime puntate della prima edizione e non deve trarre in inganno il fatto che la morbosità insita in ciascuno di noi, sommata alla sostanziale inesistenza di alternative, ha fatto e farà sì che - come detto - i dati di audience si riveleranno entusiasmanti anche stavolta: la verità è che, a dispetto della ciclopica macchina pubblicitaria che vi si muove intorno nel tentativo di convincerci del contrario, la trama di questo format simbolo della tv-verità è ormai più trita di quella di una telenovela della vecchia tv-bugia. Una rivoluzione che stanca così presto è una finta rivoluzione, e lo si poteva capire già da subito: l'ultrapubblicizzata tipizzazione dei vari personaggi (l'esteta, l'esibizionista, l'arrivista, etc.) gìà di per sé fa a cazzotti con la dichiarata imprevedibilità dei comportamenti; ma, a parte ciò, solo un idiota potrebbe pensare che personaggi così mentalmente manipolati, sulle cui spalle vengono artificialmente appuntate attese sproporzionate, possano mai dimostrarsi spontanei davanti ad una decina di milioni di persone. Evidentemente, come forse farebbe chiunque al loro posto, essi recitano (e per di più male, non essendo degli attori) quel ruolo predefinito che gli è stato assegnato. Per raccontare la realtà senza inquinarla bisogna raccoglierla di nascosto, non è possibile farne un business da prima serata; così come non si possono raccontare alla gente falsità del tipo che il successo è alla portata di tutti.

Il successo è una bestia terribile e spietata, per saltare in groppa alla quale - oltre al semaforo verde dell'Impresario Destino - qualche "qualità", magari disgustosa, è indispensabile. Per questo, dopo qualche calendario e qualche film, gattemorte e tariconan finiranno sempre a pubblicizzare pentole o a firmare autografi in discoteca; e per questo alla loro inconsistenza così simile alla nostra continueremo a preferire quella bugiarda, fittizia e fiabesca realtà capace di allontanarci per qualche ora dalla nostra ineluttabile normalità. Quella per regalarci la quale la televisione fu inventata.

 

Gian Carlo Introno

Illustrazioni Denis Medri per Edizioni Damiano ch ne ha la proprietà*

 

 

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