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Editoriale

Ginette Michaud è docente di letteratura francese all'Università di Montreal, in Canada. Di lei leggiamo "Tenir au secret"- "Tenere al segreto", pubblicato, per ora, da Galilée, Parigi, 2006. A quale segreto tiene l'autrice? "al segreto della lettura" (pg 9). Leggere un testo è sempre un gesto che comporta un approccio a qualcosa di segreto, a qualcosa che sfugge alla lettura, tanto più attenta e professionale che sia,.
Nel libro, l'autrice affronta una duplice lettura; quella di un testo di Maurice Blanchot: L'istante della mia morte, Aut-Aut, 1995, pg. 267-268; altamente simbolico, e Dimora. Maurice Blanchot, Palomar, Bari, 2001 di Jacques Derrida, opera dedicata appunto alla lettura del testo di M Blanchot. Dunque il segreto, oggetto della lettura di G. Michaud passa da una lettura al secondo grado. Scrive G Michaud: " la letteratura sarà certamente stata [per questi autori citati] il luogo per eccellenza del segreto" (pg. 10). Dunque, la letteratura, ovvero, l'opera di finzione e, come vedremo, non necessariamente la letteratura "gialla", ma è il luogo dove sì da un certo segreto. Piuttosto sarà proprio la letteratura a carattere "autobiografico" il luogo privilegiato del segreto. Proprio là dove il testo, in quanto narrazione di se, dovrebbe sembrare in modo piano evidente, in effetti, si annida una certa strategia del segreto. Questa strategia si collega con quanto di "sacro" è contenuto nel termine stesso di segreto. La percezione della dimensione sacrale dentro a un testo ci fa capire quanto siamo riusciti ad avvicinarci al suo segreto. Ancora una volta, così come per percepire il segreto di un testo non è necessario che esso sia un libro giallo, così per cogliere la sacralità di un testo non occorre che esso tratti di religione. Per rendere con una formula il tono della lettura che G. Michaud tiene verso i testi che legge, ella cita un'espressione di J. Derrida: "Più segreto, (non) più segreto". Affrontare la lettura "segreta" di un testo letterario, scrive G Michaud, è collegare "la sempre possibile inconsistenza del segreto letterario alla figura della morte"(pg. 27). In effetti, il segreto di un testo, offrendosi nella sfuggente dimensione del sacro, fa correre al lettore il rischio sempre presente, in quanto sacro appunto, di restare inafferrabile, come la morte. L'incontro della morte, come lettore, nel testo è l'impossibile stesso della lettura. E' evidente che questa esperienza al limite, il lettore la deve fare da solo; il rischio della lettura è un rischio solitario. E' nella esperienza solitaria della lettura che colui che legge si fa incontro al segreto della lettura stessa; essa è pertanto intrasmissibile. E' noto come un libro, appunto, in quanto tale, si possa prestare ad una molteplicità di interpretazioni e dunque ogni pretesa di divulgare la propria lettura rischia di essere inconsistente. Proprio perché equivalente alle altre letture, la mia lettura resta mia e segreta, sfuggente alla sua trasmissibilità ad un altro lettore. D'altra parte, il fondamento del segreto della lettura deriva da quanto scrive J Derrida della letteratura: " la letteratura….si manifesta come "potere di dire tutto e di nascondere tutto", come luogo di una responsabilità irresponsabile…responsabilità impossibile o dell'impossibile" (pg34). Se la lettura è il rischio di incontrare la "morte", il suo impossibile nel testo, essa risponde di questo impossibile e pone il lettore di fronte alla responsabilità assoluta. Pertanto la letteratura può dire tutto, ma anche nascondere agli occhi di un lettore distratto. G. Michaud, quasi alla metà del libro, riprende il discorso dell'autobiografico e lo collega a quello dell'oltrepassare il limite. In effetti, la letteratura è sempre, anche nelle sue forme più apparentemente "realistiche" l'oltrepassare il reale stesso, ciò che sembrerebbe il più reale, il biografico. Ora, scrive G. Michaud, citando J. Derrida. La letteratura, proprio in quanto passa continuamente il limite del reale, passa anche il limite dell'autobiografico, inserendolo nella dimensione del segreto, di un segreto che ha l'inconsistenza stessa di un passaggio al limite. Insomma, è proprio nella dimensione dell'autobiografico che si ha la "letteratura come finzione reale" (pg40). E aggiunge: "L'alleanza più profonda della letteratura con la psicoanalisi ha fondamento forse anche in questo diritto alla finzione" (pg42). Sottolineiamo il fatto che ci sia un "diritto alla finzione"; se abbiamo consapevolezza di questo diritto, incontriamo allora il senso di come la finzione, una certa finzione possa abitare la nostra autobiografia, e di come abbiamo diritto al "nostro" segreto.
Alla pagina 60, giusto alla metà di questo piccolo libro, importante, Ginette Michaud introduce il concetto di "fictuel", che sta "tra il fatto e la finzione". Azzardiamo una traduzione: "real-finzione". Oggetto della real-finzione è la citazione, testimonianza di una lettera inviata da Maurice Blanchot a Jacques Derrida; una lettera, quanto di più "fattuale" in apparenza possa esserci. Ebbene, G. Michaud dimostra, attraverso una lettura meticolosa quanto attenta, come la lettera di M. Blanchot, "sia" in effetti pervasa di "finzione", pur rimanendo une lettera "autentica". Essa conclude questo capitolo così: "La letteratura può sempre servire come testimonianza reale, una lettera rimane sempre ossessionata dalla possibilità della letteratura". (pg. 83). In fondo, il concetto di real- finzione ci dice che nella realtà c'è molta più letteratura di quanto si pensi; può sembrare un luogo comune, ma esso resta inesauribile come alimento della possibilità di "libertà" possibile in ciascuno di noi. Questa libertà, alla fine è data non tanto dalla possibilità di possedere un segreto, quanto da quella di sapere provocare, nella vita, prima ancora che nelle lettere, degli "effetti" di segreto, là dove, in effetti, nella real-finzione, resta insolvibile se un segreto si dia o non. E' questa "chance", che ci offre Ginette Michaud, è questa "fortuna" , che per fortuna, ci lascia scegliere la decostruzione. Teniamo al segreto, dunque, sia questo il "nostro" segreto.

Roberto Borghesi

 

 
 

 
 

 

 
 

 

 
 

 

 

 

 

 

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