Vignettopoli       

    Direttore Responsabile Nicoletta Damiano

Storta va,

Cose di Casa Napoli


genn 2007

diritta viene

Una "storta". Tutto è cominciato per una dannata storta. A Napoli chiamiamo così un movimento falso che può avere come conseguenza una slogatura, una lussazione, nei casi peggiori una frattura; o anche quel tipo di malanno noto come "colpo della strega", il terribile acciacco che ci coglie allorquando qualcuno dei dischi gelatinosi siti tra le nostre vertebre cambia sia pur millimetricamente di posto, e allora son dolori. Certi "colpi della strega" causano addirittura l'impossibilità anche del più banale movimento, e quelli che vedono cosignificanze simbolico-esoteriche in ogni cosa parlano di giusto riposo richiesto da un groppone su cui si sono abbattute troppe batoste. Fatto sta che c'è passato anche chi vi scrive. Vi starete chiedendo: che ce ne frega a noi della tua schiena e degli accidenti che vi cascano sopra? In realtà mi serve solo per introdurre l'argomento, anzi la persona, di cui voglio parlare; un tipo davvero particolare, che senza la "storta" probabilmente mi sarebbe rimasto per sempre sconosciuto.
Salvatore (nomen omen, è proprio il caso di dirlo!) è uno di quegli individui che quando li conosci ti fanno pensare subito due cose: la prima è che al mondo esistono fatti davvero strani, che se uno cerca di spiegarseli solo con la ragione e la materia non ne viene a capo; la seconda è che, anche se non ce ne rendiamo conto, nella vita è come se il Padreterno assegnasse a ciascuno di noi un ruolo, un compito da svolgere. Me ne aveva parlato un conoscente, notando che da un paio di settimane la mia camminata era innaturale e il mio volto atteggiato ad una malcelata smorfia di dolore. "Non so che diavolo hai, ma se vai lì è garantito che ti rimette a posto", mi aveva detto. Avrei poi saputo che il "passaparola" è l'unica forma di pubblicità con cui questo stregone delle ossa fa sapere al mondo di sé. Non sto a farla troppo lunga, e allora vi spiego che fuori lo "studio" di don Salvatore (che poi è un locale al piano terra di due metri per tre sito nella periferia di Napoli, miracolosamente rimasta quasi immune alla cementificazione selvaggia) si alterna sin dalle cinque del mattino e fino alle due del pomeriggio una piccola folla di persone, tra cui medici, che facendosi toccare da quelle mani hanno potuto a loro volta toccare con mano come il nostro corpo non funzioni solo come pensa la medicina ufficiale; e che è possibile interagire con la materia vivente secondo canali che, più che fisici, sono in realtà energetici. All'inizio, lo confesso, non ero immune da quel pizzico di sano scetticismo che in fondo deve sempre guidarci nell'esplorazione di sentieri nuovi; scetticismo subito diradato dai modi sbrigativi, per niente accattivanti, del Nostro: chi siete, che volete, avanti che il tempo è denaro. Buon segno, pensai: uno che vuole fregarti non parte così. Avevo portato con me alcune decine di "lastre", sulle quali macchine modernissime avevano documentato il dissesto geometrico cui era andata incontro la mia schiena; ma quando avevo fatto per porgergliele lui, col sorriso di chi ti fa sentire un principiante, mi aveva detto di metterle da parte, di sdraiarmi sul lettino a faccia in giù e di non curarmi d'altro. Venti secondi di pressioni dislocate sulla mia schiena secondo una logica a me ignota, e la diagnosi era partorita; e, cosa stupefacente, praticamente coincidente - pur nella sua complessità infarcita di protrusioni e migrazioni, di L2. L3, L5 e S1 - con quella strumentale. "Giovanotto, tenete un pezzetto di schiena mezzo inguaiato, ma rispetto a quello che facciamo qua è una fesseria che andrà completamente a posto; però mettetevi in testa che, dal momento in cui comincio a trattarvi, dovete venire tutti i giorni per almeno tre mesi, sennò non mi ci metto proprio". "Ok, don Salvatò, cominciamo lunedì prossimo; intanto che vi devo?" "Niente, che mi volete dare? I' nunn'aggio fatt' ancora nient'…". Oggi, esattamente due mesi dopo, la mia schiena è quasi a posto; e ancora non sono riuscito a spendere da questo magnetico personaggio quello che al sistema sanitario nazionale è costata la mia magnetica risonanza. Li chiamano massaggi, ma mi verrebbe da dire che in realtà quelli di Sarnataro sono piuttosto dei "messaggi": è come se frizionando, tirando, comprimendo, spostando, infilandoti sapientemente tra muscoli e cartilagini quelle dita che senti alternamente come strumenti di tortura o di sollievo, egli recepisse l'attuale situazione del tuo corpo e gli inviasse di rimando delle "informazioni correttive" in grado di ristabilire una perduta armonia. Qualcuno lo chiama prana, ma se glielo dite magari don Salvatore vi fa una pernacchia: lui sa soltanto che da quando aveva nove anni si senti all'improvviso attratto dalla schiena dolente di una zia e vi pose mano; e che da allora - sono cinquantuno anni - non ha più smesso.
Vorrei che tanti medici sapienti - quegli specialisti del fegato, del cuore, delle ossa e del cervello che hanno dimenticato che l'essere umano è prima di tutto un unicum; quelli che negano valore a cose come l'omeopatia, lo yoga, l'ayurveda - venissero un po' qui alla corte di don Salvatore per ricordarsi che la macchina umana è principalmente la sede di un misterioso campo energetico; così misterioso da dar luogo a volte a fenomeni inspiegabili, quali ad esempio quelli documentati da alcuni esami comparativi tra il prima e il dopo Salvatore. Ma poi mi ricordo che a certe cose si ha accesso solo se e quando si è ad esse pronti, e mi tranquillizzo. Ecco, la solita pacca sulla spalla mi informa che anche per oggi il trattamento è finito. Avanti il prossimo, senza neppure un attimo di sosta da sette ore in qua; e chiudete subito la porta, che tira vento e lui sta sudato.
"Arrivederci, Salvatò… che dite, siamo a buon punto?". "Uagliò, tu parl' tropp'assaie: t'agg' 'itt che t'addrezz san' san', e nun me fa' parlà cchiù…". Filo via in scioltezza, mentre persino a Padre Pio - lì alla parete - sembra stia scappando da ridere…

Gian Carlo Introno

 

 
 

 
 
 
 
 
 
 

 
 

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