Una "storta". Tutto
è cominciato per una dannata storta. A Napoli chiamiamo
così un movimento falso che può avere come conseguenza
una slogatura, una lussazione, nei casi peggiori una frattura;
o anche quel tipo di malanno noto come "colpo della strega",
il terribile acciacco che ci coglie allorquando qualcuno dei
dischi gelatinosi siti tra le nostre vertebre cambia sia pur
millimetricamente di posto, e allora son dolori. Certi "colpi
della strega" causano addirittura l'impossibilità
anche del più banale movimento, e quelli che vedono cosignificanze
simbolico-esoteriche in ogni cosa parlano di giusto riposo richiesto
da un groppone su cui si sono abbattute troppe batoste. Fatto
sta che c'è passato anche chi vi scrive. Vi starete chiedendo:
che ce ne frega a noi della tua schiena e degli accidenti che
vi cascano sopra? In realtà mi serve solo per introdurre
l'argomento, anzi la persona, di cui voglio parlare; un tipo
davvero particolare, che senza la "storta" probabilmente
mi sarebbe rimasto per sempre sconosciuto.
Salvatore (nomen omen, è proprio il caso di dirlo!) è
uno di quegli individui che quando li conosci ti fanno pensare
subito due cose: la prima è che al mondo esistono fatti
davvero strani, che se uno cerca di spiegarseli solo con la ragione
e la materia non ne viene a capo; la seconda è che, anche
se non ce ne rendiamo conto, nella vita è come se il Padreterno
assegnasse a ciascuno di noi un ruolo, un compito da svolgere.
Me ne aveva parlato un conoscente, notando che da un paio di
settimane la mia camminata era innaturale e il mio volto atteggiato
ad una malcelata smorfia di dolore. "Non so che diavolo
hai, ma se vai lì è garantito che ti rimette a
posto", mi aveva detto. Avrei poi saputo che il "passaparola"
è l'unica forma di pubblicità con cui questo stregone
delle ossa fa sapere al mondo di sé. Non sto a farla troppo
lunga, e allora vi spiego che fuori lo "studio" di
don Salvatore (che poi è un locale al piano terra di due
metri per tre sito nella periferia di Napoli, miracolosamente
rimasta quasi immune alla cementificazione selvaggia) si alterna
sin dalle cinque del mattino e fino alle due del pomeriggio una
piccola folla di persone, tra cui medici, che facendosi toccare
da quelle mani hanno potuto a loro volta toccare con mano come
il nostro corpo non funzioni solo come pensa la medicina ufficiale;
e che è possibile interagire con la materia vivente secondo
canali che, più che fisici, sono in realtà energetici.
All'inizio, lo confesso, non ero immune da quel pizzico di sano
scetticismo che in fondo deve sempre guidarci nell'esplorazione
di sentieri nuovi; scetticismo subito diradato dai modi sbrigativi,
per niente accattivanti, del Nostro: chi siete, che volete, avanti
che il tempo è denaro. Buon segno, pensai: uno che vuole
fregarti non parte così. Avevo portato con me alcune decine
di "lastre", sulle quali macchine modernissime avevano
documentato il dissesto geometrico cui era andata incontro la
mia schiena; ma quando avevo fatto per porgergliele lui, col
sorriso di chi ti fa sentire un principiante, mi aveva detto
di metterle da parte, di sdraiarmi sul lettino a faccia in giù
e di non curarmi d'altro. Venti secondi di pressioni dislocate
sulla mia schiena secondo una logica a me ignota, e la diagnosi
era partorita; e, cosa stupefacente, praticamente coincidente
- pur nella sua complessità infarcita di protrusioni e
migrazioni, di L2. L3, L5 e S1 - con quella strumentale. "Giovanotto,
tenete un pezzetto di schiena mezzo inguaiato, ma rispetto a
quello che facciamo qua è una fesseria che andrà
completamente a posto; però mettetevi in testa che, dal
momento in cui comincio a trattarvi, dovete venire tutti i giorni
per almeno tre mesi, sennò non mi ci metto proprio".
"Ok, don Salvatò, cominciamo lunedì prossimo;
intanto che vi devo?" "Niente, che mi volete dare?
I' nunn'aggio fatt' ancora nient'
". Oggi, esattamente
due mesi dopo, la mia schiena è quasi a posto; e ancora
non sono riuscito a spendere da questo magnetico personaggio
quello che al sistema sanitario nazionale è costata la
mia magnetica risonanza. Li chiamano massaggi, ma mi verrebbe
da dire che in realtà quelli di Sarnataro sono piuttosto
dei "messaggi": è come se frizionando, tirando,
comprimendo, spostando, infilandoti sapientemente tra muscoli
e cartilagini quelle dita che senti alternamente come strumenti
di tortura o di sollievo, egli recepisse l'attuale situazione
del tuo corpo e gli inviasse di rimando delle "informazioni
correttive" in grado di ristabilire una perduta armonia.
Qualcuno lo chiama prana, ma se glielo dite magari don Salvatore
vi fa una pernacchia: lui sa soltanto che da quando aveva nove
anni si senti all'improvviso attratto dalla schiena dolente di
una zia e vi pose mano; e che da allora - sono cinquantuno anni
- non ha più smesso.
Vorrei che tanti medici sapienti - quegli specialisti del fegato,
del cuore, delle ossa e del cervello che hanno dimenticato che
l'essere umano è prima di tutto un unicum; quelli che
negano valore a cose come l'omeopatia, lo yoga, l'ayurveda -
venissero un po' qui alla corte di don Salvatore per ricordarsi
che la macchina umana è principalmente la sede di un misterioso
campo energetico; così misterioso da dar luogo a volte
a fenomeni inspiegabili, quali ad esempio quelli documentati
da alcuni esami comparativi tra il prima e il dopo Salvatore.
Ma poi mi ricordo che a certe cose si ha accesso solo se e quando
si è ad esse pronti, e mi tranquillizzo. Ecco, la solita
pacca sulla spalla mi informa che anche per oggi il trattamento
è finito. Avanti il prossimo, senza neppure un attimo
di sosta da sette ore in qua; e chiudete subito la porta, che
tira vento e lui sta sudato.
"Arrivederci, Salvatò
che dite, siamo a buon
punto?". "Uagliò, tu parl' tropp'assaie: t'agg'
'itt che t'addrezz san' san', e nun me fa' parlà cchiù
".
Filo via in scioltezza, mentre persino a Padre Pio - lì
alla parete - sembra stia scappando da ridere
Gian Carlo Introno
|
|