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Una recente ricerca statistica
promossa dal Ministero per i Diritti e le Pari Opportunità
ha analizzato da vicino il fenomeno della violenza fisica e psicologica
sulle donne. I risultati decretano nero su bianco che il fenomeno
della violenza contro le donne è drasticamente aumentato
negli ultimi dieci anni e i dati Istat riportati sono a dir poco
scioccanti.
L'indagine ha esaminato i diversi tipi di violenza , condotta
su 25 mila donne in età compresa fra i 16 e i 70 anni.
I modi di esecuzione della violenza o del tentativo di molestia
vanno dalla minaccia verbale di essere colpita fisicamente, alla
persecuzione telefonica o via sms, al vero e proprio tentato
omicidio. La violenza sessuale è intesa come situazioni
in cui la donna è costretta ad avere rapporti sessuali
con il carnefice, o persone a lui vicine, oppure per timore di
avere in seguito delle ritorsioni gravi. Comunque sempre attività
sessuali degradanti e non desiderate.
<< Sono stimate in 6 milioni 743 mila le donne da 16 a
70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della
vita, 5 milioni di donne hanno subito violenze sessuali (23,7%),
3 milioni 961 violenze fisiche (18,.8%). Circa 1 milione di donne
ha subito stupri o tentati stupri (4,8%)>> (Fonte Istat
2008/Ordine Nazionale degli Psicologi) . L'indagine solleva con
una percentuale di casi piuttosto elevata , (il 69,7%) che la
violenza sessuale e domestica è perpetuata da parte del
partner, soltanto il 17,4% da un conoscente. Nel rapporto di
coppia, il carnefice colui che a sua volta non ha elaborato molestie
o denigrazioni subite nell'infanzia, esprime la rabbia dentro
le mura domestiche in cui confina tutto il suo disprezzo e frustrazione
alzando le mani, o costringendo la partner a rapporti indesiderati.
L'analisi dei dati diventa ancora più inquietante quando
si attesta che: << la quota dei violenti con la propria
partner è pari al 30% fra coloro che hanno assistito a
violenze nella propria famiglia di origine, al 34,8% fra coloro
che l'hanno subita dal padre, al 42,4% tra chi l'ha subita dalla
madre e al 6% tra coloro che non hanno subito o assistito a violenze
nella famiglia d'origine>>.
Questi dati dovrebbero far riflettere su quanto sia fondamentale
l'imprinting comportamentale e educativo che la famiglia di origine
esercita sull'individuo, nel bene e nel male. L'esperienza di
aver assistito a scene di violenza fra i membri della famiglia,
e peggio ancora, di aver subito dal padre o dalla madre, punizioni
corporali e botte, infligge una lacerante ferita nell'autostima
del soggetto. Una ferita che genera un costrutto mentale di aggressività
disfunzionale. La risposta comportamentale aggressiva verbale
e/o fisica, è l'unica modalità di relazione con
l'altro, ogni volta che l'individuo percepisce un'offesa, o un
ostacolo insormontabile, nella veste di critica o di giudizio
, scatta l'aggressività malata. Il carnefice è
stato a sua volta vittima nell'infanzia, violato nella sua sicurezza
di base e deviato nello sviluppo della sua emotività,
e per paura, per odio a volte per rancore vede l'altro , (nell'indagine
citata) la partner, il nemico da cui difendersi. Non importa
se la partner non fa nulla per stuzzicare il "nucleo malato",
il carnefice si sente comunque giustificato ad attaccare. Il
rapporto di coppia è il terreno fertile in cui i conflitti
e soprattutto i traumi del passato non elaborati, riemergono.
Nella dualità della coppia, se consideriamo la prospettiva
psicoanalitica, s'interpongono inconsciamente quattro Altri (il
padre e la madre di lui/ il padre e la madre di lei) i divieti,
le punizioni ma soprattutto l'amore frustrato vengono interiorizzati
, da ciascun partner e riattualizzati nella coppia. Picchiare,
umiliare psicologicamente, molestare fisicamente e verbalmente
la partner, rappresentano una radicale svalutazione della personalità
dell'altro, quindi l'espressione di un Super Io punitivo e crudele,
il cui scopo è di invadere l'intimità dell'altro
e godere di questa modalità di perversione (Kernberg O.
1995). La violenza del partner ha origine sempre da una mente
malata che inconsciamente ha raccolto gli input negativi del
passato per riproporli nel presente con l'arroganza della ragione.
Il carnefice, il più delle volte, giustifica gli atti
di violenza adducendo motivazioni che non hanno nessuna logica,
interpretazioni distorte relative alle reali intenzioni dell'altra
persona, la quale è vista come un nemico che merita di
essere punito. La vittima è investita di vissuti conflittuali
che hanno come nucleo la rabbia repressa, che può avere
radici lontane o legate a una situazione del presente. La relazione
di coppia è il luogo dove il carnefice scarica la propria
insoddisfazione, e come in un paradosso si sente giustificato
a farlo perché inconsciamente riveste il ruolo di vittima
per le botte prese dal genitore, oppure un'umiliazione subita
dal datore di lavoro, qualsiasi motivo più o meno importante,
riattiva il repertorio comportamentale del violento, e mediante
acting out, trasferisce in modo patologico sul corpo della partner
le vessazioni subite, che definisco una sorta di "vendetta
a posteriori". La donna picchiata e molestata dal partner,
vive un incubo giorno dopo giorno e fino a quando non trova la
forza di denunciare il carnefice, costruisce nella sua mente
spiegazioni contraddittorie e poco realistiche che hanno come
oggetto il comportamento violento del partner, e l'illusione
che da un giorno all'altro interromperà la condotta violenta.
Nel frangente in cui la donna non riesce a reagire, la negazione
ha il sopravvento e mina la sua volontà, forse sentirsi
inermi è più facile che stravolgere completamente
la propria vita? Oppure fattori legati all'ambiente e alla situazione
economica diventano deterrenti tali da influenzare in negativo
una reazione di sopravvivenza? Tante sono le situazioni in cui
una donna può cadere vittima di quest' oscuro tranello
maschile, la cosa più importante è ricordarsi che
c'è sempre una via di uscita, e che una relazione di coppia
non deve mai utilizzare l'aggressività come modalità
di comunicazione, ma sostituirla con l'amore e la comprensione
reciproca.
Nerina E. Zarabara |
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