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Roma. Quella degli uffici
dell'Associazione italiana ostelli della gioventù, terzo
piano, scala B, di via Carlo Poma 2, viene chiusa con quattro
mandate di chiave dopo le 1830 del 7 agosto 1990, e nasconde
il cadavere di una ragazzina di ventun'anni uccisa mentre sta
lavorando.
In quindici anni sono stati fatti sopralluoghi, indagini, ipotesi
ed illazioni, castelli con le carte e montagne con i faldoni
dell'inchiesta, accuse e smentite, ma non si è mai scoperto
chi si sia messo in tasca la chiave di quella porta, e perché
abbia colpito.
Il cadavere di Simonetta Cesaroni, dipendente della Reli Sas,
viene ritrovato alle 23,30 di quello stesso giorno dalla sorella
Paola, accompagnata dal fidanzato, e da Salvatore Volponi, datore
di lavoro della ragazza, l'uomo che l'aveva mandata temporaneamente
a via Poma, fuori dall'orario di servizio, "prestandola"
all'Associazione ostelli; è per questo che Simonetta è
sola in quell'appartamento, in quello che dovrebbe essere l'
ultimo giorno di lavoro e che invece si trasforma nell'ultimo
della sua vita. I tre sono andati a controllare perché
allarmati dai genitori di Simonetta, che non l'avevano vista
rientrare. Nel momento in cui quella porta viene aperta escono,
come dal vaso di Pandora, dubbi ed interrogativi a non finire,
molti dei quali ancora non hanno trovato una risposta. E' Volponi
a ritrovare il cadavere, dopo un veloce giro dell'appartamento
(primo quesito: Volponi, durante ogni interrogatorio, ha sempre
affermato di non essersi mai recato prima in quegli uffici; perché
allora per farsi aprire aveva detto alla moglie del portiere
"Signora, si ricorda di me?" ). Simonetta è
distesa a terra con le gambe divaricate, nuda ad eccezione di
una canottiera di seta, il reggiseno arrotolato al collo ed un
paio di calzini ai piedi, ma il medico legale potrà accertare
che non ha subìto violenza sessuale: l'assassino, però,
ha infierito sul suo corpo con ferocia, ventinove coltellate
profonde undici centimetri, graffi e morsi. Ed è stato
proprio un accanirsi contro un cadavere, forse un depistaggio,
perché Simonetta è morta per un trauma cranico
dopo aver lottato per tutta la casa (era agosto, Roma era semideserta,
ma com'è possibile che nessuno, nel palazzo, abbia sentito
qualcosa?). Per il resto, l'appartamento è in ordine,
pulito del sangue, gli stracci sciacquati e stesi nel bagno,
un fermacarte, molto probabilmente l'arma con cui Simonetta è
stata massacrata, pulito anch'esso e rimesso al suo posto sulla
scrivania ( quel fermacarte, tanto per la cronaca, non fu mai
analizzato). Subito Volponi chiama il 113, e dopo poco giungono
sul posto tali Sergio Costa, vicequestore, e l'ispettore Gianni
Pitzalis; sono i primi, tra le forze dell'ordine, a vedere la
scena del crimine, ma non dovrebbero essere lì, non entrambi
almeno: Costa, infatti, giunto alla Questura da pochi mesi (è
un ex capo del Sisde) dichiara egli stesso di ricoprire il ruolo
di responsabile della centrale operativa che ha ricevuto la chiamata.
Fatto strano, visto che il responsabile di una centrale operativa
coordina le forze impiegate nella fase iniziale di un'indagine
ma non si reca certo sul luogo del delitto; ancora più
strano, poi, se si pensa che Costa è un vecchio conoscente
di Salvatore Volponi.
Qui
si chiude la prima giornata del "giallo di via Poma"
, qui si apre il resto della vicenda che riempì le pagine
dei quotidiani fino alla fine di quell' estate calda (e ad alterne
vicende fino ai giorni nostri): il primo sospettato dell'atroce
delitto è il portiere dello stabile, tale Pietrino Vanacore,
che sarà anche l'unico a finire in carcere in quindici
anni di misteri. Vanacore aveva le chiavi dell'appartamento,
il suo alibi è contraddittorio, si mormora che sia innamorato
di Simonetta e sui suoi pantaloni vengono ritrovate due piccole
macchie di sangue. Gli investigatori, guidati dal Questore Umberto
Improta, fanno due più due ed il 10 agosto arrestano Vanacore;
l'uomo verrà scarcerato ventisei giorni dopo, perché
nel frattempo le analisi sui pantaloni hanno rivelato che il
sangue è suo. Gli inquirenti sono di nuovo al punto di
partenza, ma con un mese di ritardo: così l'assassino
ha preso vantaggio, ha avuto il tempo di far sparire definitivamente
i vestiti di Simonetta ed ogni altra traccia che possa condurre
a lui, di crearsi un alibi convincente (ammesso che il vero colpevole
sia mai stato interrogato). Ed infatti le indagini si bloccano,
lasciando irrisolti molti dubbi: che cosa significa quello strano
appunto che è stato ritrovato nell'ufficio? E' un foglio
su cui è disegnato un pupazzetto e accanto tre parole
all'apparenza incomprensibili "Ce dead ok" : l'ha scritto
Simonetta o l'ha lasciato il suo carnefice? Perché non
è mai stata effettuata una perizia calligrafica? E poi:
la Cesaroni stava lavorando al computer ed è certo che
alle 1730 di quel giorno ha telefonato ad una sua collega per
chiederle una password di accesso ad alcuni files. Che cosa contenevano
quei documenti? Durante le indagini si scoprì che gli
ostelli della gioventù gestiti dall'associazione erano
al centro dell'attenzione dei servizi segreti
Ma chi scrive
ritiene molto improbabile che, seppure quella telefonata fece
scattare un campanello di allarme per delle informazioni che
non dovevano essere svelate, qualcuno abbia potuto, in solo un'ora
(l'autopsia ha stabilito che la morte è avvenuta non oltre
le 1830), raggiungere l'appartamento senza essere visto da nessuno,
lottare con Simonetta ed ucciderla. Soprattutto, dopo, scomparire
nel nulla senza lasciare traccia, anche stavolta non visto.
Il
giallo si rimette in moto un anno e mezzo più tardi, l'11
marzo 1992, carburante le dichiarazioni di tale Roland Voller,
commerciante austriaco, presunto informatore della polizia e
sospettato di collusioni con i servizi segreti. Voller accusa
Federico Valle, ventenne, figlio dell'avvocato Raniero e nipote
dell'architetto Cesare, entrambi residenti nello stabile di via
Poma: Federico avrebbe ucciso Simonetta perché la riteneva
l'amante del padre, con la complicità del portiere (di
nuovo) che gli avrebbe fatto avere le chiavi e aiutato a ripulire
l'appartamento, poi sarebbe rientrato a casa del padre senza
essere notato. La storia non regge: la relazione tra la Cesaroni
e Raniero Valle viene subito smentita, la ferita che Federico
ha sul braccio non può essere provocata da un'arma da
taglio, inoltre il ragazzo ha un alibi, così il 16 marzo
1993 il Giudice Antonio Cappiello emette sentenza di proscioglimento
sulla base esclusiva delle prove scientifiche, negative per Valle
come lo erano state a suo tempo per Vanacore. Voller dichiara
di esser venuto a conoscenza dei dettagli della vicenda dalla
madre del Valle, conosciuta per caso in seguito ad un numero
di telefono sbagliato: considerato che la storia sembra alquanto
improbabile, è ovvio che l'uomo è stato spinto
da qualcuno (da chi?) ad accusare Federico Valle per sviare le
indagini. Era necessario portare su una pista sterile gli investigatori,
che magari stavano seguendo quella giusta: ma qual'era quella
giusta? Perché, una volta appurato che il Voller mentiva,
questa pista non è stata ripresa?
A tutti questi interrogativi
rimasti irrisolti si sta tentando di dare una risposta nel terzo
(e si spera ultimo) capitolo di questo romanzo di morte: le indagini
riprendono il via nel 2004 da due punti differenti, e cioè
le nuove dichiarazioni di Salvatore Volponi ed il ritrovamento
di alcuni reperti tuttora all'analisi del Ris. Volponi, infatti,
pubblica un libro dal titolo "Io, via Poma e
Simonetta,
tutta la verità", nel quale sostiene che la ragazza,
da poco tempo, aveva un nuovo amore del quale nemmeno la famiglia
era a conoscenza. Lui, invece, lo aveva saputo dalla nipote,
amica di Simonetta; chi è quest'uomo? E' il misterioso
Death conosciuto tramite il Videotel, che rivendicò in
rete l'omicidio ventiquattr'ore dopo? O è qualcuno che
la ragazza aveva conosciuto proprio nel palazzo, in uno di quei
due pomeriggi a settimana di straordinari a via Poma? A queste
domande, poste dal pm della procura di Roma Roberto Cavallone,
Volponi non ha saputo rispondere. Le indagini che hanno invece
chiamato in causa il Ris sono quelle sui reperti analizzati in
modo sommario nel 1990 o addirittura nuovi, prima fra tutte la
traccia di sangue rinvenuta sul lavatoio all'ultimo piano del
palazzo. Potrebbe essere di Simonetta, e dimostrerebbe in modo
incontrovertibile che l'assassino si è lavato lì,
prima di fuggire, seguendo un percorso che attraverso i solai
ed il terrazzo permette di uscire sulla strada senza dover passare
per l'androne principale (il che spiegherebbe perché nessuno
lo ha visto uscire ma non perché nessuno lo ha visto entrare,
e quindi si torna all'ipotesi di un colpevole interno al condominio).
Ma potrebbe anche essere sangue misto, quello della ragazza mescolato
a quello del suo omicida, e allora lì si avrebbe una risposta
certa e definitiva. Anche in questo caso, comunque, non mancano
in punti oscuri: come è stata trovata quella macchia?
Perché nessun investigatore, quindici anni fa, si spinse
fino al lavatoio alla ricerca di indizi? A disposizione degli
uomini del reparto scientifico, inoltre, ci sono anche gli indumenti
indossati da Simonetta, spariti dal repertorio delle prove e
poi ricomparsi, sicuramente inquinati, l'anta di una libreria
ed una cornice macchiata di sangue,una tazzina, un bicchiere
ed un mozzicone di sigaretta. Le indagini scientifiche, come
confermano dal Ris, sono lunghe e complesse, anche in virtù
del fatto che si tratta di reperti molto vecchi e non conservati
come si dovrebbe. Ma sono anche l'ultima speranza che ha una
famiglia distrutta di capire, dopo troppi anni, chi e perché
ha ucciso in quel modo una ragazza così giovane: non ci
sono più rivelazioni degne di nota, non ci sono moventi
che meritino questo nome, non ci sono testimoni o scoperte che
possano far leggere i documenti processuali con un paio di occhiali
diversi. C'è solo quella traccia di sangue, poi, con ogni
probabilità, calerà il sipario anche su questa
replica del dramma di via Poma.
Per
capirne di più su questo caso, e conoscere anche il parere
di un esperto, ne abbiamo parlato con Paolo De Pasquali, psichiatra
e criminologo.
Dottor De Pasquali, da
psichiatra, si è fatto un'idea circa il movente che può
aver spinto l'assassino di Simonetta Cesaroni a colpire?
"Premetto che non mi
sono occupato direttamente della vicenda, dunque le mie considerazioni
sono esclusivamente frutto di quanto ho appreso dai giornali
e dalla collaborazione con professionisti che hanno lavorato
al caso. L'omicidio della povera Cesaroni è caratterizzato
da marcate componenti sessuali: corpo nudo, lasciato dall'assassino
in posizione lubrica, trafitto da 29 coltellate in zone erogene
e agli occhi. Una possibile (e credibile) interpretazione di
questi fatti indica il killer come un soggetto di sesso maschile,
con gravi disfunzioni sessuali (impotenza), che ha ucciso dopo
essere stato respinto dalla vittima e dopo aver tentato inutilmente
di violentarla.
Infatti il coltello può essere psicodinamicamente considerato
un "sostituto fallico", ossia è un oggetto utilizzato
da uomini impotenti o con gravi disturbi della sessualità,
come indicato anche dalle parti del corpo attinte dalla lama:
l'aggressore, che col suo pene non ha potuto penetrare i genitali
della vittima, lo fa con il coltello, oggetto appuntito, come
il pene eretto (che egli non può esibire). L'accanimento
sugli occhi della vittima potrebbe indicare che il killer abbia
voluto punirla per averlo guardato nel momento del suo fallimento:
lui non vuole guardare il suo insuccesso negli occhi di lei.
L'analisi della scena del crimine parla dunque di un omicidio
non premeditato ma volontario, commesso da un uomo forte ed agile,
che conosceva la ragazza, il condominio, che frequentava lo studio.
E' probabile che, dopo il delitto, sia stato aiutato da qualcuno
che poi avrebbe dovuto anche aiutarlo, in un secondo tempo, a
far sparire il corpo."
Secondo lei, quali aspetti
di questa vicenda hanno colpito l'opinione pubblica in modo particolare?
"Il pubblico è
attratto principalmente dagli omicidi, soprattutto sessuali e
familiari e dai "gialli", ossia dai casi irrisolti.
Nel delitto Cesaroni sono presenti tre di questi fattori: l'omicidio,
la connotazione sessuale, l'assassino misterioso. A ciò
si aggiunga che il delitto è avvenuto d'estate (altro
topos della cronaca nera), a Roma, e in un ufficio sul quale
grava l'ombra dei servizi segreti. Quindi tante piste diverse,
tante ipotesi diverse, possibili depistaggi. Infine, tutti i
personaggi della storia, particolarmente i più sospettati,
sono assai peculiari."
A breve, si avranno i
risultati delle nuove analisi effettuate dal RIS, risultati che
potrebbero portare ad una svolta nell'inchiesta. Pensa che bastino
delle prove scientifiche a giungere alla verità o saranno
comunque necessarie indagini (all'epoca dei fatti molto superficiali)
sulle "personalità" che popolano questa vicenda?
"In verità, le
prove scientifiche, prese da sole, assai di rado bastano a risolvere
un giallo. Non si può mai prescindere dalla ricostruzione
logica di una cornice nella quale inserire le "prove tecniche".
Quindi queste ultime devono corroborare una ricostruzione della
criminogenesi e della criminodinamica del delitto, altrimenti
i conti non tornano. Per il caso in oggetto, sarebbe naturalmente
un passo molto importante se si riuscisse ad individuare un codice
genetico definito dal sangue reperito sui vestiti della Cesaroni
e nel lavatoio del condominio. Questo codice genetico, raffrontato
con quello delle persone sospette già individuato 15 anni
fa potrebbe dirci finalmente il nome dell'assassino. Tuttavia
quel sangue potrebbe appartenere anche ad una persona che all'epoca
non era indiziata (le indagini non furono condotte bene) e allora
la risposta del giallo sarebbe ancora lontana. E' comunque indispensabile
che ogni persona implicata nella vicenda sia nuovamente "vagliata"
e che trovi una collocazione logica nel quadro del delitto, alla
luce non solo delle nuove risultanze tecniche, ma anche di una
"rilettura" più accurata delle testimonianze
dell'epoca."

LE INDAGINI SCIENTIFICHE
Conosciuti dal grande pubblico
soprattutto per la fiction "RIS-Delitti imperfetti"
, andata in onda su Canale5 lo scorso gennaio (e tratta dall'omonimo
libro del Tenente Colonnello Luciano Garofano), i carabinieri
addetti alle investigazioni scientifiche sono in realtà
attivi da moltissimi anni. Fondato il 15 dicembre 1955, il RACIS
( Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche) è
organizzato secondo un Reparto Addestramento, uno di Analisi
Criminologiche vero e proprio ed uno Tecnico, che si occupa prevalentemente
della sperimentazione e del controllo delle qualità delle
tecniche stesse. Alle dipendenze del RACIS i quattro reparti
del RIS di Parma, Roma, Messina e Cagliari che, così dislocati,
coprono le indagini in tutto il territorio nazionale; ciascun
reparto è articolato in sezioni responsabili delle singole
branchie della criminalistica, quindi chimica e biologia, balistica,
telematica, fotografia giudiziaria, grafica e fonica. Negli ultimi
anni, l'intervento degli uomini del Ris è stato, se non
fondamentale, sicuramente di grande aiuto agli investigatori
per portare avanti le indagini ed ai magistrati per condannare
o assolvere anche sulla base di logici ed inconfutabili dati
scientifici.
E' stato proprio un "sillogismo scientifico", per così
dire, a far condannare in primo grado a trent'anni Annamaria
Franzoni, accusata dell'omicidio del figlio Samuele. E'la mattina
del 30 gennaio 2002 quando il bambino, tre anni, viene ucciso
con diciassette colpi alla testa negli otto minuti scarsi in
cui la madre si allontana dalla villetta di Cogne per accompagnare
l'altro figlio allo scuolabus. Movente ignoto, modalità
del delitto ignote, arma del delitto ignota: quindi, assassino
ignoto. Fino al 19 luglio 2004, data della condanna, per cui
Annamaria Franzoni ha ucciso il figlio in un raptus di follia
dopo averlo portato nel letto della sua camera e prima di uscire
con Davide, sei anni, con un'arma mai trovata ed identificata
(ma come ha fatto la donna a farla sparire se si è allontanata
solo per pochi minuti?). Quando gli uomini del Ris di Parma entrano
per la prima volta in quella villetta, alle 13,45 del giorno
successivo all'omicidio, la scena del delitto è stata
irrimediabilmente compromessa dalle tredici persone che sono
entrate ed uscite prima che venissero apposti i sigilli. Effettuano
una trentina di sopralluoghi, esaminano quindici sacchi di reperti,
analizzano trenta macchie di sangue: sono proprio le macchie
di sangue a determinare, appunto, quel "sillogismo scientifico"
per cui, visto che gli zoccoli presentano delle macchie di sangue
impresse per proiezione (quindi erano indossati al momento dell'omicidio)
e non calpestate da chi li ha indossati in seguito, e quegli
zoccoli sono di Annamaria Franzoni, è lei la colpevole.
Ma molte domande restano ancora senza risposta (prime fra tutte
quelle relative proprio all'arma del delitto), e può non
essere condivisibile la condanna di una persona nonostante molti
dubbi non chiariti e solo perché è l'unica sospettata.
I Ris, tra gli altri casi, sono intervenuti anche a Portofino,
quando l'8 gennaio 2001 la contessa Francesca Vacca Agusta muore
precipitando in mare da uno strapiombo, a Villa Altachiara, ma
in questo caso le analisi e le indagini non incastrano nessuno:
la contessa è davvero morta per una tragica fatalità,
è scivolata su delle foglie bagnate ed è caduta
in mare. E'quindi anche sulla base dei rilievi scientifici che
il pm della Procura di Chiavari, Margherita Ravera, chiede nel
2004 l'archiviazione del caso, prosciogliendo l'ambiguo Maurizio
Raggio, la confidente e dama di compagnia di Francesca, Susanna
Torretta, ed il suo ultimo compagno, il messicano Tirso Chazaro.
Come i Carabinieri, anche la Polizia dispone di un suo reparto
di indagini scientifiche, la UACV (Unità di Analisi dei
Crimini Violenti). Il percorso investigativo degli uomini della
UACV si articola in quattro punti fondamentali (corrispondenti
ad altrettanti settori denominati "progetti speciali")
che sono l'analisi della scena del crimine, sia in laboratorio
sia in termini logistici, l'analisi delle informazioni e l'analisi
del comportamento, di specifica derivazione e tradizione anglosassone.
Tra i casi più tristemente celebri seguiti dagli investigatori
della UACV c'è quello dell'omicidio di Marta Russo, .....ma
di questo ed altri delitti ancora vi parleremo inseguito.
Claudia Proietti |
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